Gli occhi nel buio mi hanno fermato prima ancora dei freni. Ero sulla provinciale, rientravo a casa dopo un incontro con alcuni docenti. Periferia di San Giovanni Rotondo, niente luci, solo il cono dei fari che taglia l’asfalto e, all’improvviso, i volti. Li ho riconosciuti subito: ragazzi del CAS d’Addetta che tornano a piedi dalla scuola o dal calcio, attraversando campi e strade secondarie per raggiungere la comunità. In quell’istante ho capito che non era un episodio: era una storia che chiedeva di essere guardata e raccontata.

Da lì è cominciato tutto. Ho chiesto di parlare con il sindaco. Ho scoperto che mancava persino la consapevolezza di vivere in un territorio ad altissima presenza di minori stranieri non accompagnati. Ho provato a mettere insieme i pezzi: per i minori ci sono il CAS d’Addetta e il FAMI Hotel Mir; per gli adulti diversi CAS distribuiti sul territorio (S. Matteo, Zipeto, Vaticano, Tulipano, Carriera, Hotel Cotonou). Una costellazione di strutture che, la sera, si spegne come il cielo quando la luna non c’è. E i ragazzi camminano. Camminano nel buio.
Da più di due anni porto avanti un confronto con il Comune: prima con i sindaci che si sono avvicendati, oggi con il commissario prefettizio. La richiesta è semplice, quasi banale: una fermata dell’autobus vicino al CAS, almeno nelle ore serali. Non è un favore. È sicurezza – per evitare quei rientri a piedi su strade buie; è dignità – poter tornare a casa come tutti, salendo su un bus; è inclusione – perché scuola, sport, servizi hanno bisogno di un collegamento reale, non di speranze.
In questo percorso una piccola svolta c’è stata: grazie agli incontri promossi anche dall’Associazione Tutori MSNA Puglia, il Comune ha nominato un’assistente sociale dedicata ai minori del CAS. È un primo risultato, concreto. Il dossier “fermata bus” è ora in Prefettura; il sub commissario ha manifestato disponibilità ad aprire tavoli tematici sull’inclusione. Non è ancora una soluzione, ma è una porta che non voglio smettere di bussare.
Mi presento. Sono un tutore volontario. Ho frequentato il corso del Garante dei Minori della Regione Puglia, sono nell’elenco del Tribunale per i Minorenni di Bari. Il mio compito non è quello di un eroe, e nemmeno quello di un tecnico: è quello di un vicino. Un vicino che, quando serve, si siede accanto e resta. Mi occupo di documenti, scuola, formazione, sanità, lavoro, giustizia, sì. Ma mi occupo anche di pizze del venerdì, di passeggiate, di parole dette al momento giusto e di silenzi che valgono più di un discorso. Quando è possibile, si aprono strade di affido – lo prevede la Legge Zampa – e, quando arriva la maggiore età, continuo a non perderli di vista, in una sorta di tutela sociale che non sta tutta dentro un decreto, ma dentro un legame.
Perché il punto, alla fine, è questo: i ragazzi non sono numeri né fascicoli da spostare da una scrivania all’altra. Sono storie che si intrecciano con le nostre. Alcune si raddrizzano, trovano equilibrio e futuro: diplomi, contratti, squadre di calcio, una patente, un conto in banca aperto regolarmente, una camera da affittare con il primo stipendio. Altre storie restano difficili, inciampano, hanno bisogno di più mani e più pazienza. Ma tutte chiedono la stessa cosa: non lasciarmi solo.
Sarebbe comodo raccontare che basta la buona volontà. Non è così. Ci sono nodi istituzionali duri: permessi di soggiorno da ottenere, passaporti che si incagliano, iscrizioni ai centri per l’impiego che diventano test di resistenza. C’è un sistema dell’accoglienza che a volte pare tirato tra due estremi: l’imprenditoria del posto letto e la cultura della cura. In mezzo, i ragazzi. In mezzo, noi. Il tutore non sostituisce i servizi: è un’antenna di legalità, un segnale che intercetta i bisogni e li porta ai tavoli giusti, ricordando che i diritti camminano sulle gambe delle persone.
Per questo dico che fare il tutore è una scelta. Non di bravura, ma di attenzione. È decidere che quegli occhi nel buio non restino un’immagine che passa e se ne va. È prendersi il tempo – tolto a se stessi, alla famiglia, al lavoro – per accompagnare qualcuno sull’orlo della vita adulta, insegnando e imparando insieme il vocabolario dei diritti e dei doveri, delle regole e del rispetto. È scoprire che l’integrazione non è una parola: è un autobus che si ferma, una segreteria che risponde, un allenatore che aspetta, un preside che firma, un medico che ascolta. Sono gesti che fanno la città.
Non tutto dipende dai tutori, e per fortuna. Dipende dalle istituzioni, dalla politica, dalle scuole, dalle associazioni, dai cittadini. Ma una cosa la posso dire: in questi anni ho visto rinascite sorprendenti e cadute dolorose. In entrambe le direzioni, la differenza l’ha fatta il noi. Il noi che si costruisce nei corridoi dei comuni, nelle email con oggetto “urgente”, nelle stanze dei professori, negli uffici di prefettura; ma anche davanti a una margherita fumante, o su una panchina al tramonto.
Per questo continuo a chiedere una fermata dell’autobus serale vicino al CAS. Non è un capriccio logistico: è un segnale di civiltà. Dice che i ragazzi non sono ospiti ai margini, ma parte della comunità. Dice che vogliamo che arrivino a casa, e non solo a destinazione. Gli occhi nel buio, quella sera, mi hanno chiesto di fermarmi. Io ho premuto il freno. Da allora, ho cercato di non ripartire da solo. Se c’è un senso nel fare il tutore volontario, è tutto qui: stare. Stare finché il buio comincia a farsi strada e, piano, lascia spazio alla luce.