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“SAI OLTRE?”: Non sono razzista, ma…

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Alcune espressioni del nostro linguaggio comune, apparentemente inoffensive, celano storie di dominio e oppressione. In questo ulteriore contributo della rivista “SAI OLTRE?“, ne ragionano ragazzi ed operatori dei SAI MSNA della cooperativa sociale CAPS.

Ogni parola che scegliamo plasma la nostra visione del mondo, le nostre menti, ma siamo sicuri di conoscere appieno il significato delle parole che utilizziamo nel nostro linguaggio comune?

Ogni termine consolida o demolisce strutture di potere e predominio e molte delle espressioni che possono sembrarci inoffensive celano, invece, storie di dominio e oppressione. Quante volte abbiamo utilizzato, ad esempio, l’espressione “che ambaradan” per indicare una situazione confusionaria? Quante volte abbiamo letto insegne di pizzerie, edicole o botteghe proprio con questo nome?

Ci siamo mai chiesti cosa nasconde veramente questa affermazione, ormai appartenente al linguaggio colloquiale italiano, ma che suona così poco italiana?

Le origini di questa espressione risalgono ad un massacro di 81 anni fa: nel 1936, l’Esercito Italiano, guidato da Mussolini, è in guerra contro l’Etiopia per conquistarne il territorio e le sue infinite risorse; pensa di riuscire a far valere facilmente la presunta superiorità italiana, ma la realtà si rivela ben diversa: quello etiope è un impero millenario, ricco di storia, e il suo esercito è ben preparato a difendersi. Così, le truppe italiane, guidate dal maresciallo Badoglio, ricorrono alle armi chimiche: il 15 febbraio 1936, l’altopiano di Amba Aradam diventa teatro di una delle più violente campagne militari del colonialismo italiano, una guerra caratterizzata da attacchi brutali e utilizzo di armi chimiche: un vero e proprio genocidio. Viene utilizzato il gas iprite, oltre a proiettili all’arsina e al fosgene per intossicare e sterminare le truppe etiopi; ma, come avviene sempre durante la guerra, a morire sono anche tantissimi civili, donne e bambini.

L’esercito italiano impiega addirittura dei mercenari la cui lealtà è così labile da portarli a cambiare spesso fazione a seconda della cifra offerta, aumentando il clima confusionario della vicenda. Le violenze delle truppe colonizzatrici italiane sul popolo etiope fatte di esecuzioni, stupri, campi di concentramento e torture continuano fino al 1941, quando gli inglesi prendono il controllo della colonia italiana.

I soldati italiani, una volta rientrati in patria, iniziano ad usare l’espressione “come ad Amba Aradam” per descrivere situazioni disordinate e confusionarie, ricordando una battaglia caotica e brutale. Ma come è entrata, poi, questa espressione nel nostro linguaggio comune? Questo ha a che fare con la mancata assunzione di responsabilità, da parte del nostro Paese, nei confronti delle atrocità commesse durante il fascismo. Con il tempo, per crasi e difetti di pronuncia, si è tramutata in “ambaradan” e continua ad essere usato come sinonimo di disordine, perdendo il suo significato storico.

Un Paese smemorato il nostro, che, molte volte, dimentica per non ammettere le proprie colpe, soprattutto rispetto ai reati commessi nei confronti dell’impero etiope. Le violazioni dei diritti umani commesse in Etiopia, infatti, nonostante siano state denunciate già nel luglio 1936 da Hailè Selassiè, imperatore etiope, all’Assemblea delle Nazioni Unite, sono state riconosciute dal nostro Paese solo una trentina di anni fa. Nel 1996, l’Italia ha finalmente ammesso di aver violato la Convenzione di Ginevra del 1928, che vietava, in guerra, l’utilizzo di gas asfissianti, tossici o simili e di mezzi batteriologici, e di essere stata responsabile di una violenza indiscriminata. Nessuna delle persone responsabili, però, è mai stata processata; nessuno ha mai pagato per aver violato i diritti umani.

L’uso inconsapevole di “che ambaradan!” oggi contribuisce a cancellare l’eredità violenta del colonialismo italiano, sminuendo un genocidio di cui non ci si assume la piena responsabilità. Questo è un chiaro esempio di come il linguaggio possa celare forme di razzismo e cancellare memorie storiche dolorose, ma solo se queste appartengono all’altro.

A cura di Zakaria C. e Doriana L.

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