Il centro FAMI di San Giovanni Rotondo: capire la prima accoglienza dei minori stranieri soli

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Non tutti i luoghi dell’accoglienza sono uguali. Il centro FAMI di San Giovanni Rotondo accoglie minori stranieri non accompagnati in una fase iniziale, spesso breve e molto delicata. Comprenderne il funzionamento aiuta a capire meglio anche il ruolo dei tutori volontari e le criticità del sistema.

Quando si parla di minori stranieri non accompagnati, si tende spesso a immaginare un percorso lineare: l’arrivo in Italia, l’ingresso in una comunità, la nomina del tutore, la scuola, il progetto educativo, il lavoro di integrazione.

La realtà, però, è molto più complessa.

Prima della seconda accoglienza, cioè prima dell’inserimento in una comunità educativa o in un progetto SAI minori, molti ragazzi attraversano una fase intermedia, poco conosciuta ma decisiva: quella della primissima accoglienza.

È in questo contesto che si colloca il centro FAMI di San Giovanni Rotondo, articolato nelle strutture Casa Farah e Casa Khalida.

Che cos’è il centro FAMI

Il centro FAMI di San Giovanni Rotondo non è una comunità educativa ordinaria e non è una struttura di seconda accoglienza.

È un centro di prima accoglienza per minori stranieri non accompagnati. Accoglie ragazzi arrivati da poco in Italia, spesso dopo lo sbarco e il passaggio negli hotspot o in altri luoghi di prima identificazione.

La sua funzione principale è garantire una presa in carico immediata e temporanea: mettere il minore in sicurezza, avviare i primi controlli, raccogliere le informazioni essenziali, osservare eventuali vulnerabilità, orientare il ragazzo e attendere il successivo trasferimento in una struttura più stabile.

È quindi un luogo di passaggio, non il punto di arrivo del percorso.

Questo è un aspetto fondamentale da comprendere. Nel FAMI i tempi sono molto diversi da quelli della seconda accoglienza: la permanenza può durare alcune settimane, talvolta anche meno, e comunque è pensata come fase provvisoria.

Chi sono i ragazzi accolti

I ragazzi accolti sono minori stranieri non accompagnati: adolescenti arrivati in Italia senza genitori o altri adulti legalmente responsabili.

Molti hanno alle spalle viaggi lunghi, traumatici, spesso segnati da violenze, sfruttamento, detenzione, attraversamenti pericolosi, separazioni familiari. Arrivano con bisogni immediati, ma anche con progetti migratori già molto chiari.

Non sempre il luogo in cui vengono collocati temporaneamente coincide con il luogo in cui immaginano il proprio futuro. Alcuni intendono raggiungere parenti, amici o connazionali in altre zone d’Italia o in altri Paesi europei. Altri, invece, possono decidere di restare nel percorso istituzionale di accoglienza.

Questa mobilità rende il lavoro del centro particolarmente complesso.

Le strutture di prima accoglienza non sono luoghi chiusi. Il minore non è detenuto e non può essere trattenuto contro la sua volontà. Per questo può accadere che alcuni ragazzi si allontanino volontariamente prima ancora che il percorso amministrativo e giudiziario riesca a stabilizzarsi.

Perché il FAMI è diverso dalla seconda accoglienza

Nella seconda accoglienza il lavoro educativo può svilupparsi nel tempo. Il ragazzo viene inserito in un progetto più stabile: scuola, formazione, salute, documenti, protezione internazionale, orientamento al lavoro, relazioni con il territorio.

Nel FAMI, invece, tutto avviene in una fase molto più rapida e incerta.

Normalmente non si avvia un vero percorso scolastico, proprio perché la permanenza è breve. Non si costruisce ancora un progetto educativo di lungo periodo. Non sempre c’è il tempo per far nascere una relazione stabile tra il minore, gli operatori e il tutore volontario.

Questo non significa che la fase FAMI sia meno importante. Al contrario: è spesso il primo punto di contatto reale tra il ragazzo e il sistema di protezione italiano.

Ma proprio per questo bisogna evitare di confondere funzioni diverse.

La prima accoglienza deve garantire protezione immediata, ascolto, orientamento, rilevazione dei bisogni e raccordo con le istituzioni. La seconda accoglienza deve invece costruire continuità, progetto e integrazione.

Il ruolo del tutore volontario

La Legge 47 del 2017, conosciuta come Legge Zampa, ha rafforzato la figura del tutore volontario per i minori stranieri non accompagnati. Il tutore è un cittadino formato e nominato dal Tribunale per i Minorenni, chiamato ad affiancare il minore nei passaggi più importanti della sua vita giuridica, amministrativa e personale.

Nel contesto FAMI, però, il ruolo del tutore assume una forma particolare.

Non sempre è possibile costruire subito una tutela “relazionale”, cioè fondata su una conoscenza stabile e continuativa del ragazzo. Quando il minore resta pochi giorni, viene trasferito rapidamente o si allontana, il tutore rischia di essere nominato quando il ragazzo non è più presente oppure quando il trasferimento è ormai imminente.

Per questo, nel caso del FAMI, è utile parlare di una funzione di prima garanzia.

Il tutore può rappresentare un presidio essenziale: sapere che il ragazzo è arrivato, raccordarsi con la struttura, verificare se è ancora presente, comprendere se ci sono esigenze urgenti, partecipare all’eventuale udienza, segnalare trasferimenti o allontanamenti al Tribunale.

È una tutela diversa da quella che si costruisce nella seconda accoglienza, ma non per questo priva di valore.

Il punto è evitare che il tutore diventi solo un nome su un decreto. La tutela volontaria ha senso se resta collegata alla vita concreta del ragazzo.

Le criticità operative

L’esperienza del centro FAMI di San Giovanni Rotondo ha fatto emergere alcune criticità che meritano attenzione.

La prima riguarda i tempi. Se il minore viene trasferito o si allontana prima che venga nominato il tutore o prima che si celebri l’udienza, il procedimento rischia di diventare poco aderente alla realtà.

La seconda riguarda le comunicazioni. In un contesto così mobile, è essenziale che struttura, tutore e Tribunale comunichino rapidamente. Sapere se il minore è ancora presente, se è stato trasferito, se si è allontanato o se ha bisogni particolari non è un dettaglio burocratico: è la condizione minima per decidere cosa fare.

La terza riguarda le udienze. Se il ragazzo è accolto a San Giovanni Rotondo e il tutore vive nella provincia di Foggia, prevedere udienze in presenza a Bari può rendere tutto più faticoso e meno sostenibile, soprattutto quando le nomine sono numerose e la permanenza dei ragazzi è breve. Per questo è importante valorizzare, quando possibile, lo svolgimento delle udienze da remoto.

La quarta riguarda la continuità. Quando il minore viene trasferito in una struttura vicina, può avere senso che il tutore continui il proprio incarico. Quando invece viene trasferito molto lontano o fuori dal territorio di competenza, occorre evitare che la tutela resti formalmente aperta ma concretamente impossibile da esercitare.

Perché raccontarlo

Raccontare il FAMI di San Giovanni Rotondo serve a evitare semplificazioni.

Serve a spiegare che l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati non è un blocco unico, ma un sistema composto da fasi diverse, ciascuna con funzioni e criticità specifiche.

Serve anche a ricordare che dietro ogni decreto, ogni udienza, ogni trasferimento, c’è un ragazzo in movimento. Un ragazzo che spesso non conosce la lingua, non conosce le istituzioni, non sa cosa accadrà nei giorni successivi e porta con sé aspettative, paure, legami familiari lontani, desideri e fragilità.

La sfida è tenere insieme protezione e realtà.

Protezione significa non lasciare solo nessun minore nel momento dell’arrivo. Realtà significa sapere che alcuni ragazzi resteranno poco, che altri si allontaneranno, che altri ancora inizieranno un percorso più stabile solo dopo il trasferimento in seconda accoglienza.

Il sistema funziona meglio quando non nega questa complessità, ma la guarda in faccia.

Il centro FAMI di San Giovanni Rotondo è oggi uno dei luoghi in cui questa complessità si manifesta con maggiore evidenza. Per questo merita attenzione, conoscenza e una collaborazione istituzionale seria tra strutture, tutori, Tribunale e territorio.

Perché la tutela dei minori stranieri non accompagnati non può essere solo una procedura. Deve restare, anche nei passaggi più rapidi e difficili, una responsabilità concreta.

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