Nell’ambito di questo ulteriore contributo della rivista “SAI OLTRE?“, realizzata in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato 2025, proponiamo una riflessione sulle lotte femministe ed antirazziste, nonché sulle discriminazioni di genere ancora tristemente diffuse.
Nessuno sceglie in quale parte del mondo nascere; nessuno sceglie il colore della propria pelle; nessuno sceglie in quale famiglia nascere; nessuno sceglie il proprio sesso biologico.

Eppure, nonostante nessun individuo abbia la possibilità di decidere della propria appartenenza a categorie pressoché fisse, quali classe, genere ed etnia, questa stessa appartenenza sembra avere l’indiscutibile potere di qualificarci come persone privilegiate o discriminate, il potere di accedere a tutele, diritti, risorse e opportunità o il destino di vederseli negare o, quantomeno, limitare. Ciascuno di noi è definito, dunque, dall’incrocio di molteplici caratteristiche identitarie che lo definiscono, che, in un mondo che predilige le persone di genere maschile provenienti da società occidentali, istruite, industrializzate, ricche e democratiche, finiscono per marginalizzare coloro che derivano da contesti culturali diversi. All’interno di società e culture ancora fortemente patriarcali, proviamo ad immergere una qualsiasi donna bianca occidentale e, alle quotidiane sfide che la separano da successo, riconoscimento e capacità di autodeterminazione, aggiungiamo le forme di discriminazione e oppressione che le spetterebbero se questa donna fosse nera e di bassa estrazione socioeconomica.
Su questi presupposti e consapevolezze si impernia una lotta femminista e antirazzista che, culminata oggi nel concetto di intersezionalità avanzato da Kimberlè Crenshaw negli anni Ottanta del secolo scorso, trova radici in un celebre discorso tenuto nella metà dell’Ottocento da Sojourner Truth, ex schiava nera che, pur priva di capacità di letto-scrittura, aveva la capacità di parlare e, con questa, tanti diritti da rivendicare.
Nel suo discorso “Ain’t I a Woman?”, infatti, la Truth gridava da un pulpito, a gran voce:
“Quell’uomo vestito di nero ha detto che una donna non può avere gli stessi diritti di un uomo, perché Cristo non era una donna. Ma da dov’è nato il tuo Cristo? Da Dio e da una donna! E se la prima donna che Dio ha creato è stata abbastanza forte da capovolgere il mondo tutto da sola, allora, insieme, le donne dovrebbero essere capaci di capovolgerlo ancora dalla parte giusta!”
Con questa stessa determinazione nella lotta contro le disuguaglianze sociali, la giurista afro-americana e attivista femminista Kimberlè Crenshaw denuncia tenacemente un eclatante caso di discriminazione sul lavoro, verificatosi quando la General Motors, grande azienda che fino al 1964 non aveva mai assunto donne afro-americane, dovendo ridimensionare il proprio organico a causa della recessione, decise di applicare il criterio di anzianità di servizio per selezionare quali dipendenti sarebbero andati incontro al licenziamento, con la diretta conseguenza che esclusivamente dipendenti donne afro-americane persero il proprio posto di lavoro, con l’aggravante di vedersi negare i propri diritti anche dal Tribunale, che ne rigettò l’istanza. Infatti, il Tribunale negò che ci fosse stata una discriminazione razziale, rimarcando peraltro che le sole esperienze riguardanti minoranze avrebbero potuto riguardare sostanzialmente donne bianche o uomini afro-americani, senza aprirsi alla possibilità che la sovrapposizione di differenti categorie e classi sociali potesse promuovere e lasciar emergere nuove e più gravi forme di oppressione.
Da qui il bisogno della Crenshaw di porre l’attenzione sul concetto di intersezionalità, inteso metaforicamente come un incrocio in cui s’intreccia l’assommarsi di molteplici caratteristiche sociali discriminate, che concorrono alla definizione di ulteriori e più gravi forme di penalizzazione; esse sono date da un complesso groviglio di elementi quali, in primis, genere, etnia ed estrazione sociale, a cui si aggiungono età, religione, orientamento sessuale, collocazione geografica e qualsiasi altra componente dell’identità individuale: in un tale contesto è facile immaginare come la discriminazione possa percorrere il grande incrocio muovendosi in qualunque direzione.
La stessa Michela Murgia, celebre femminista contemporanea, recentemente scomparsa, ha direzionato i riflettori sulla necessità di destrutturare le nostre esperienze e la nostra visione statica e unidimensionale dell’essere umano, per gettare uno sguardo nuovo sulla possibilità che non solo uomini e donne possano godere dei medesimi diritti e opportunità, ma che lo stesso possa avvenire per una donna bianca, cattolica, benestante ed eterosessuale e parimenti per una donna nera, musulmana e omosessuale.
Con questa speranza, certamente, Michela Murgia affermava che “se si vuole fare una battaglia comune, io non posso pensare che il piano del genere sia l’unico su cui devo agire; nel momento in cui denuncio il mio dislivello di potere rispetto al maschio, devo riconoscere il mio privilegio rispetto ad una donna come me, ma non bianca e non ricca”.
A cura di Ilaria T.