“SAI OLTRE?”: Inshallah!

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In questo ulteriore contributo della rivista “SAI OLTRE?“, diamo spazio al racconto della traversata di un giovane straniero, un viaggio difficile tra la speranza di qualcosa di migliore, i dubbi sul futuro e i ricordi delle persone lasciate indietro.

inshallah

Cari amici miei, come state? Sono passati cinque mesi dall’ultima volta chi ci siamo visti. Vi ricordate quel giorno? Siete venuti a trovarmi a Susa; faceva molto caldo quel giorno e ci siamo inventati un piccolo barbecue sulla spiaggia, abbiamo giocato a palla in acqua per poi addormentarci tutti insieme sulla sabbia. Non sapevo neppure io che quella sarebbe stata l’ultima volta che ci saremmo visti.

Lavorando in spiaggia, in Tunisia, ne avevo viste di barche prendere il largo alla ricerca di chissà quale terra e chissà quale fortuna. Più volte mi sono chiesto cosa li aspettasse al di là del mare e, con il tempo, mi sono domandato se ci fosse anche per me “altro” ad attendermi “oltre”. Ho pensato al mio passato e al mio presente e così, amici miei, mi son detto “provaci, non potrà essere più difficile di adesso‘’. Ho iniziato ad osservare con più attenzione ogni partenza, studiando tempi e movimenti, e ho aspettato di avere abbastanza coraggio. Sono partito una calda notte d’estate, non ho raccontato a nessuno del mio piano perché non ci credevo neanche io; e non l’ho fatto finché non ho risentito la terra sotto i piedi. Quella notte, con il buio a coprirmi le spalle, mi sono avvicinato di soppiatto a quel gommone e, quando la gente ha iniziato ad imbarcarsi, mi sono lanciato nella mischia e sono riuscito ad ingannare i trafficanti che, con la sola Luna ad illuminarci i volti, e presi dalla fretta di eludere i controlli, non riuscivano chiaramente a distinguerci. Al sorgere del Sole, chi era alla guida del gommone, colui che si era fatto pagare profumatamente dagli altri, mi ha notato subito e ha minacciato di buttarmi in acqua; così, io gli ho mostrato il coltellino che avevo con me e gli ho intimato di non avvicinarsi, altrimenti avrei colpito il gommone. I miei compagni di viaggio erano quasi tutti nostri concittadini e sono intervenuti per mediare. C’era sul gommone una ragazza che si era imbarcata con suo fratello minore: lei ha parlato con il capo dicendogli che ormai eravamo in mare e che ero solo un ragazzino e lui mi ha lasciato stare.

Eravamo una trentina di persone sul gommone, di fianco a me c’erano diversi bambini che non avevano neanche dieci anni e che presto della loro terra avrebbero ricordato ben poco, ma, ancor di più, ad essere rimasta impressa nella mia memoria è la donna che, poco distante da me, ha stretto tutto il tempo al petto il suo neonato avvolto in una coperta. Dopo qualche ora dalla partenza, il motore ha smesso di funzionare e lì ho iniziato veramente ad avere paura: io, che neanche sapevo nuotare, mi trovavo in mezzo ad una distesa di acqua, su un gommone instabile e senza vedere l’orizzonte. Ero forse impazzito ad essermi imbarcato? Avevo le gambe completamente addormentate per la posizione in cui ero costretto a stare, senza libertà di movimento per non alterare il già precario equilibrio della barca; quindi, se fossi caduto in acqua, neanche le mie gambe sarebbero poi servite a qualcosa. Siamo stati in acqua per più di ventisei ore, molte di queste in balia del vento e senza motore; avevamo quasi del tutto perso la speranza, a cui, con denti e unghie, ci siamo aggrappati tutto il tempo. Ho avuto così tanta paura, amici miei, i miei occhi vedevano solo blu; blu il mare e blu il cielo, avanti e dietro, sopra e sotto. Ho pianto tanto quando ho rimesso i piedi sulla terraferma. Ho pianto tanto per la paura, ma soprattutto per la gioia, una gioia che mai avevo provato prima, così intensa e totalizzante. Alhamdulillah!

Quando vi ho chiamati dall’Italia mi avete detto che, se vi avessi avvisato, sareste partiti con me, ma la verità, amici miei, è che, se foste partiti con me e qualcosa fosse andato storto, io non me lo sarei mai perdonato. Potevo rischiare per me, ma non potevo sentirmi responsabile per voi. Scusatemi, fratelli miei, per non avervi salutato ma, tornassi indietro, agirei allo stesso modo. Non vedo l’ora di rivedervi e, con voi, la mia famiglia e la mia terra.

Siete sempre nei miei pensieri.

Ci vedremo presto… Inshallah!

A cura di Salah Z. e Doriana L.

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