“SAI OLTRE?”: Famiglie senza confini…Intreccio di radici

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Nell’ambito della rivista “SAI OLTRE?“, scopriamo i dettagli del progetto FSC (Famiglie senza Confini), iniziativa del Comune di Bari finalizzata all’inclusione sociale e al sostegno dei MSNA, dando voce a chi ha preso parte in prima persona alla suddetta progettualità.

famiglie senza confini

Il progetto FSC (Famiglie senza Confini) è un’iniziativa del Comune di Bari, finalizzata all’inclusione sociale e al sostegno per minori stranieri non accompagnati (MSNA) e neomaggiorenni.

L’obiettivo è offrire a questi giovani un contesto familiare che integri l’accoglienza istituzionale con un supporto affettivo ed educativo, favorendo la loro crescita e integrazione nella comunità. Per meglio comprendere come questo progetto rappresenti un’importante opportunità per contribuire all’inclusione sociale e al benessere di giovani migranti è stata effettuata un’indagine, attraverso lo strumento dell’intervista, sull’esperienza diretta di due dei ragazzi presenti nelle nostre comunità educative, e della loro rispettiva ”famiglia senza confini”. Famiglie e ragazzi sono stati ascoltati insieme, per raccontare cosa significhi, nella vita di tutti i giorni, scegliere di far parte di questo progetto.

Miracle, giovane di origine nigeriana, come tanti dei nostri ragazzi, ha avuto un percorso non privo di difficoltà, ma, al tempo stesso, segnato da una profonda evoluzione umana e sociale. Sin da subito, Miracle ha evidenziato la necessità di sentirsi accolto ad un livello emotivo più ampio, fatto di supporto e benevolenza che solo il nucleo familiare può garantirti incondizionatamente.

La condizione di solitudine riportata, però, ha trovato nuova luce attraverso il progetto ‘’Famiglie senza confini’’, che, per il giovane, rappresenta un esperienza autentica, in grado di offrirgli un solido terreno emotivo e relazionale su cui costruire legami significativi e duraturi. Rievocando il giorno in cui conobbe per la prima volta la sua famiglia affidataria, Miracle confida con dolcezza e un velo di commozione:

“…il giorno del primo incontro con la famiglia, ero molto emozionato. Allo stesso tempo provavo un certo timore… Pensavo che mi stesse aspettando una coppia in attesa di un bambino piccolo, e avevo paura di deluderli vedendomi così grande”.

Nel progetto FSC, l’inserimento non avviene in modo casuale.

Le famiglie che scelgono di aderire intraprendono un percorso di formazione attento e accurato: vengono ascoltate, preparate e poi affiancate da esperti nell’individuazione dell’abbinamento più adatto con i giovani, in base ad affinità e inclinazioni personali. Nel caso di Miracle, l’incontro con Eliana – la sua madre affidataria – ha dato vita a una sintonia spontanea.

Entrambi condividono l’amore per la natura, la cura per le piante e una curiosità vivace per il sapere:

“…mi piace tornare a casa dopo il tirocinio e stare con loro. Io ed Eliana cuciniamo insieme, poi lei mi aiuta a fare i compiti e a perfezionare il mio italiano”, racconta Miracle con gratitudine.

A rendere l’esperienza ancor più significativa è la presenza di Luca, figlio della coppia e coetaneo di Miracle, elemento che si rivela prezioso, poiché gli consente di relazionarsi con i pari ed esplorare nuove dimensioni di socialità.

“Con Francesco e Luca guardiamo le partite, ci divertiamo molto. Spesso esco con gli amici di Luca e lui mi sta insegnando a suonare la chitarra” ; dice Miracle con un sorriso dal quale traspaiono entusiasmo e appartenenza. Ma non è solo con i coetanei che Miracle ha intessuto rapporti significativi. Francesco, il padre affidatario, rappresenta per lui una figura di riferimento e di stima.

“Anche con Francesco ho un bel rapporto” confida. “Mi sta insegnando molte cose. Ha un lavoro interessante, lo rispetto molto e mi piacerebbe essere come lui in futuro”.

Il racconto dell’esperienza di Miracle è la prova che l’integrazione non è un’idea astratta, ma un percorso possibile, fatto di mani che si tendono, di vite che si intrecciano, di quotidianità condivise.

Anche l’esperienza del minore Muhammed rappresenta una testimonianza concreta dell’importanza che la relazione di affido riveste per i nostri ragazzi. Annamaria e Domenico, insieme al piccolo Davide, ci raccontano quanto sia stata desiderata da parte loro l’opportunità di diventare genitori affidatari. Non mancano nel loro racconto le difficoltà vissute lungo il percorso, ma emerge con chiarezza anche la convinzione che li ha spinti a intraprendere questa esperienza, consapevoli che l’affido porta con sé momenti belli e sfide complesse. Se inizialmente l’idea era quella di aprire la propria casa a un bambino in attesa di una famiglia, si coltivava da tempo un desiderio più preciso: accogliere un minore straniero non accompagnato, uno di quei ragazzi che arrivano in Italia soli, spaesati, alla ricerca non solo di un futuro, ma anche di un volto amico. All’inizio, però, la realtà sembrava andare in una direzione opposta.

Disincantati dalle lungaggini burocratiche dei progetti esistenti, con tempi incerti e convocazioni che tardavano ad arrivare, la famiglia ha atteso impaziente la telefonata dello scorso dicembre, nella quale venivano informati della compatibilità con un minore, proprio un minore straniero non accompagnato; e così, Muhammed è entrato a far parte delle loro vite.

«Il primo incontro è stato silenzioso. Lo percepivo chiuso, timido: non ci conoscevamo. È stato nostro figlio Davide a rompere il ghiaccio con spontaneità, riempiendolo di domande», racconta la madre.

«In quel momento ho sentito che tra loro si sarebbe creato un legame forte. Davide è felice e dice sempre di aver trovato un fratello.».

Il primo giorno, alla fine, è stato anche il giorno del primo abbraccio. Un gesto forse azzardato, che Annamaria temeva potesse essere frainteso, ma che è arrivato in modo naturale.

«In quel gesto ho sentito che era già parte della nostra famiglia. Per fortuna, l’abbraccio è stato ricambiato con affetto e calore.»

La presenza di Muhammed ha apportato piccoli cambiamenti nel quotidiano, sin da subito:

«Oggi le nostre scelte sono fatte anche per lui. Quando mi sveglio, il buongiorno va anche a lui. Fa parte della nostra routine, delle nostre scelte quotidiane. Quando decidiamo cosa fare nel tempo libero, lo coinvolgiamo sempre. Anche amici e familiari si sono affezionati a lui, lo considerano come un nipote, un cugino, e chiedono sempre di lui».

Un cambiamento curioso? Il modo di fare la spesa! Annamaria ha appreso i gusti di Muhammed, sulla scorta della diversità culturale che si riversa anche nell’alimentazione e cerca sempre di avere qualcosa che possa piacergli. Prima, ad esempio, non comprava mai i datteri; ora, i datteri fanno parte delle loro abitudini. Ogni decisione, da cosa fare nel weekend a cosa mangiare, lo coinvolge sempre.

Domenico riflette sul significato più profondo di questa esperienza:

«Quello che abbiamo imparato, prima come persone e poi come famiglia, è che c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire».

La distanza non separa, anzi, può unire, e le piccole cose che diamo per scontate, viste dagli occhi di chi ha vissuto una realtà diversa, assumono un significato completamente nuovo. Questo percorso ha insegnato il valore della semplicità, dell’accoglienza, dell’ascolto. Sperano che anche il figlio Davide, di soli 7 anni, cresca con questi valori, consapevole che fare del bene è importante e che spesso basta poco per farlo, cercando di essere un buon esempio per lui.

«Ogni “grazie” che ci dice per me è una conferma. Vuol dire che c’è qualcosa di vero tra di noi, che nulla è scontato», aggiunge Domenico.

La famiglia ha un messaggio chiaro per chi sta pensando di intraprendere un percorso simile, ma ha ancora timori o incertezze:

«Non si è mai del tutto pronti, ma bisogna buttarsi. Le differenze fanno paura solo finché non le conosci. In realtà, sono un arricchimento. Non siamo solo noi ad aver dato qualcosa a Muhammed, ma anche lui ci sta dando tanto, ogni giorno».

Questa esperienza per queste famiglie si è rivelata essere un viaggio ricco di incontri, scoperte e legami autentici. Non è solo un gesto di solidarietà: è una scelta che cambia profondamente chi la fa, trasformando le differenze in ricchezza e costruendo, giorno dopo giorno, una nuova idea di comunità. Per quanto riguarda invece i ragazzi, non si tratta solo di condividere una passeggiata e del tempo insieme, ma di sentirsi visti, ascoltati, accompagnati.

Grazie al progetto Famiglie senza Confini, questi ragazzi riscoprono lentamente il valore della fiducia, la bellezza dei piccoli gesti quotidiani e la possibilità concreta di immaginare un futuro diverso, in un contesto familiare, acquisito come temporaneo in prima battuta, ma che può estendersi a punto di riferimento durante l’arco della loro vita, accrescendo l’appartenenza ad una comunità, ad una nuova storia e a nuove possibilità.

A cura di Miracle O., Muhammed B., Siria G. e Ornella E.

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