Decostruire il razzismo è possibile non solo con la sana indignazione che deve accompagnare affermazioni di stampo razzista, ma anche analizzando la realtà, ad esempio quella del mondo del lavoro, attraverso dati statistici e razionali. Ne parliamo in questo ulteriore contributo della rivista “SAI OLTRE?“.

In un’Italia che organizza raduni di stampo fascista, come il tristemente noto “Remigration Summit”, che promuove messaggi di odio, rifiuto e violenza, vogliamo far luce su una realtà sostenuta da numeri, dati e fatti concreti, piuttosto che infondate e vuote ideologie. E proprio perché, per citare le parole di Benedetto Croce, “mi ripugna e mi stanca parlare ancora di fascismo”, non ci soffermiamo sullo scandalo e sull’indignazione che indubbiamente desta l’ancor convinta e nutrita fascia della nostra popolazione che incoraggia il razzismo, ma ci muoviamo nella direzione della destrutturazione di questa terrifica dottrina, fondamentalmente priva di ancoraggi tangibili e consistenti.
In un contesto socioculturale proiettato alla crescita e al futuro, abbiamo a nostra disposizione significative informazioni a sostegno del rilevante contributo sociale ed economico degli immigrati nel nostro Paese e, in generale, in quelli appartenenti all’Unione Europea, come conferma la Banca Centrale Europea, tramite le cui indagini statistiche è emerso che i lavoratori stranieri concorrono positivamente alla crescita economica europea. In particolare, se già nel 2022, i lavoratori stranieri costituivano il 9% della forza lavoro europea, questa percentuale ha subito un’ulteriore crescita nel corso degli ultimi anni, con un contemporaneo contributo all’incremento del PIL europeo, aumentato complessivamente del 5% nello stesso periodo, anche grazie all’impiego dei lavoratori stranieri stessi, che:
“hanno contribuito ad espandere l’offerta di lavoro, alleviare la carenza di manodopera e sostenere la crescita economica, il tutto in mezzo a mercati del lavoro altrimenti ristretti”.
Altresì, con riferimento al quadro occupazionale italiano, il Rapporto 2022 “Gli Stranieri nel mercato del lavoro in Italia” specificava che, nel nostro Paese, gli occupati stranieri erano 2,4 milioni e rappresentavano il 10,3% del totale degli occupati, con una percentuale di occupazione del 60,6%, addirittura più elevata rispetto a quella degli italiani, corrispondente al 60,1%. Questo avveniva e avviene ancora nonostante le chiare criticità riguardanti il lavoro dei migranti, tra cui una forte disparità di genere, una maggiore concentrazione in mansioni con bassa qualifica e, pertanto, retribuzioni mediamente inferiori; continua ad avvenire a dispetto delle evidenti difficoltà che questa classe di lavoratori affronta quotidianamente e avviene non perché qualcuno sottragga lavoro a qualcun altro, ma piuttosto perché, come già chiaramente emerso dal resoconto “Tendenze del lavoro dei migranti in Italia”, stilato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro nel 2020, l’elevata occupabilità in questione è riconducibile ad una specifica richiesta di manodopera, che la forza lavoro locale non riesce adeguatamente a soddisfare.
Per quanto spesso sia difficile da ammettere, i lavoratori stranieri svolgono davvero quelle professioni che i cittadini italiani non vogliono svolgere, le cosiddette professioni “delle 5 P”, ovvero quelle precarie, pericolose, pesanti, poco pagate e socialmente penalizzate, tra le quali le mansioni di muratore, carpentiere, bracciante agricolo e cameriere e, nel caso delle donne, quelle di addetta alle pulizie e all’assistenza alla persona: tutte mansioni che, probabilmente, affidate esclusivamente alla manodopera italiana, rischierebbero di scomparire. Al contempo, dato il grave stato di bisogno in cui versano le persone immigrate, è notevole il rischio di incorrere in situazioni di sfruttamento da cui, complice l’assenza di uno stato di regolarità sul territorio a causa della mancanza di documenti, diventa difficile divincolarsi, dovendo perciò sottostare a regimi di lavoro che violano le norme in termini di ore di lavoro, contributi previdenziali e minimi salariali, nonché in materia di salute e sicurezza, come tipico del caporalato. E se volessimo anche rispondere ai molti scettici i quali insinuano che, dietro l’assenza dei documenti, ci sarebbero situazioni di delinquenza, basti pensare alle disorganizzate situazioni politiche da cui gli immigrati provengono, in cui l’ottenimento è tutt’altro che lineare, e spesso negato, anche dopo lunghi iter di richieste e pagamenti; per non parlare dei molti casi in cui i documenti vengono sottratti nel corso del viaggio verso l’Europa, insieme alla dignità e a ogni altro bene.
Per tirare le fila di temi tanto ampi e complessi, basti pensare che la realtà delle cose è molto diversa da quella che ci propinano, più intricata e, sicuramente scomoda: se la guardassimo, cosa ci unirebbe nelle manifestazioni che lottano per il ridicolo rimpatrio forzato?
A cura di Oumar S. e Ilaria T.