“SAI OLTRE?”: Lo sguardo che cura, storie d’identità e possibilità

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Cos’è davvero la cura e quanto il nostro sguardo ha il potere di costruire oppure, al contrario, distruggere? Ne parliamo in questo articolo della rivista “SAI OLTRE?”, tra riflessioni sul tema delle dipendenze e sul cambiamento possibile grazie al sostegno di luoghi e persone.

Riportando le parole di Riva:

“È necessario indagare particolarmente bene a quale tipo di disagio afferisce la dipendenza in un utente straniero, a quale bisogno o sofferenza fornisce un surrogato di risposta, per non intervenire con una risposta standard che rischia di far sentire la persona di non essere stata né compresa né ascoltata.”

Ogni storia va maneggiata e attraversata con cura.

Ogni percorso di vita è diverso. Ognuno di noi può guidare la stessa macchina, percorrere la stessa strada, ma affronterà curve, buche e rettilinei con stile e tempi differenti.

Questa pagina vuole raccontare solo una piccola parte di un cammino.

È il mio desiderio che chi legge vada oltre le parole, oltre i pregiudizi e oltre i giudizi facili imposti dal pensiero comune.

Ci siamo forse tutti chiesti, almeno una volta: che cos’è l’alcol? Che cos’è una dipendenza e cosa la alimenta?

Con più o meno argomentazioni, potremmo rispondere.

Ma se chiedessi: che cos’è la dipendenza per uno straniero? E in particolare chi è uno straniero nero?

Ecco che le risposte si moltiplicano, si sfumano, si complicano. Entrano in gioco la conoscenza, l’esperienza, l’educazione allo sguardo. Ogni storia è diversa. Se tutto fosse uguale, cosa potremmo davvero raccontarci?

Eppure, quando si parla di differenze, il tono è spesso negativo.

Come se la diversità fosse un problema da risolvere, più che una risorsa da accogliere. Il nostro sguardo ha un potere immenso: può costruire o può demolire.

Spesso, invece di vedere davvero l’altro, lo incaselliamo dentro schemi che sono nostri. Cerchiamo di conoscerlo attraverso lenti già preconfezionate e, quando non risponde alle nostre aspettative, lo etichettiamo. E, da quel momento, tutto ciò che fa sarà letto attraverso quella stessa etichetta.

Ma cosa sappiamo davvero dell’altro, quando conosciamo solo la sua etichetta? Se è vero che il mondo è ciò che vediamo, allora dobbiamo anche imparare a vederlo senza la presunzione della nostra unica visione.

Lo sguardo non dovrebbe fermarsi a ciò che l’altro è, ma aprirsi a ciò che può diventare.

Ricordo un pomeriggio in piazza, durante un incontro informale.

Alla domanda: “Perché si beve?”, la risposta è arrivata chiara e profonda:

“L’alcol è sollievo. Riduce l’ansia dell’esistenza. È l’effetto dello sradicamento, della solitudine, della mancanza di amici con cui si è cresciuti. Perché quelli conosciuti qui non saranno mai persone davvero di fiducia.”

In comunità, ho imparato che questo sradicamento si sente. La comunità è un microcosmo dove le persone si mostrano nella loro autenticità.

Ma è anche un luogo in cui i “riverberi emotivi”, le reazioni più profonde, più ferite, possono esplodere con forza.

E, se non impari a mantenere una giusta distanza da ciò che accade, rischi di esserne travolto.

E invece di accompagnare, per difenderti, puoi finire per danneggiare. O peggio: risultare del tutto inefficace.

Dopo tanti anni di lavoro in comunità, ho compreso una cosa:

la motivazione al cambiamento è fluida.

Non è un punto di partenza chiaro e definito.

Cambia, evolve, si contrae, si spegne, poi si riaccende.

Ho imparato che serve tempo.

Che noi operatori dobbiamo donare tempo a chi fatica.

E che ogni persona ha il proprio tempo, unico, non negoziabile.

In un percorso comunitario, ho conosciuto un ragazzo, le cui parole sono tra le righe di questo articolo.

In lui è emersa con forza la parte più rabbiosa, oppositiva, squalificante.

E quella, probabilmente, era la sua più grande fragilità.

Un ragazzo in perenne conflitto tra il desiderio di nascondersi, perché si sentiva non meritevole, e il bisogno viscerale di essere visto, confermato, amato.

Ho potuto vedere che la comunità non ti salva dall’angoscia, ma offre uno spazio in cui poterla vedere, sentire, e forse, finalmente, accettare.

Ho capito, durante un lungo viaggio in macchina di ritorno da un appuntamento per lui molto delicato, che la chiave è stata offrire sostegno senza pretendere nulla in cambio, riconoscergli traguardi, ma mostrargli quelli lontani; correggerlo, rimproverarlo ma mai punirlo.

In fondo, nessuno di noi è solo ciò che ha fatto, ciò che ha perso o ciò che ha sbagliato.

Siamo tutti storie in cammino, intrecci di ferite e desideri, di mancanze e possibilità.

Quando smettiamo di guardare l’altro solo con gli occhi della diagnosi, della cultura, del pregiudizio, iniziamo a vederlo per quello che è: un essere umano in cerca di senso, di casa, di qualcuno che non si spaventi davanti alla sua rabbia o al suo silenzio.

Cambiare non è mai un atto individuale. È un incontro.

Ed è solo quando qualcuno ti guarda senza voler correggere ciò che sei, ma credendo in ciò che puoi diventare, che qualcosa dentro comincia a muoversi davvero.

Forse è proprio questo, alla fine, il nostro compito più profondo:

essere testimoni gentili del possibile.

A cura di Modibo C. e Angela S.

Con questo contributo, concludiamo la pubblicazione degli articoli che hanno composto la rivista “SAI OLTRE?”. Puoi scaricare la rivista completa al seguente link:

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