In questo articolo della rivista “SAI OLTRE?”, realizzata da ragazzi ed educatori del SAI MSNA della Cooperativa sociale C.A.P.S., approfondiamo il tema dei numerosi conflitti che interessano molteplici parti del globo, con conseguenti ripercussioni sulla popolazione civile e sui fenomeni migratori.

Da ormai tre anni, quotidianamente, siamo sommersi da notizie riguardanti il sanguinoso conflitto tra Palestina e Israele, che, nato ben ottant’anni fa, sembrava essersi sopito, salvo poi esplodere nuovamente, motivato da ragioni religiose, politiche ed economiche. La tristemente celebre Guerra di Gaza, complici i continui bombardamenti, le inutili morti della popolazione civile, gli ostacoli posti ai corridoi umanitari, è divenuta un macabro componente delle nostre giornate, un conflitto di cui attendiamo freneticamente aggiornamenti, argomento dei nostri discorsi e oggetto delle nostre ricerche. Eppure, la Striscia di Gaza non è l’unico territorio conteso ad aver provocato decenni di cruenti scontri armati: non troppo lontano da qui, infatti, ben settantacinque anni fa, in seguito all’ottenuta indipendenza delle colonie britanniche, si apre il lungo conflitto tra India e Pakistan per la rivendicazione di potere sulla regione del Kashmir, ad oggi ancora diviso tra i due Paesi e da essi fortemente conteso, al punto da causare, solo pochi mesi fa, una estrema riacutizzazione delle storiche tensioni tra questi.
In particolare, sin dal 1947, anno della raggiunta indipendenza dell’India, si assiste alle rivalità geopolitiche, divenute poi anche religiose, tra India e Pakistan, che, fino a quel momento, erano stati domini britannici, ma che, da allora, si sono distinti come due Stati indipendenti, caratterizzati da ugualmente distinte maggioranze religiose, rispettivamente indù e musulmana. Nello stesso anno, infatti, ha avuto inizio il primo conflitto indo-pakistano per la supremazia sulla regione del Kashmir, che ha obbligato milioni di civili a spostarsi, con la diretta conseguenza che migliaia di essi hanno perso la vita in scontri e massacri, fino all’intervento dell’ONU che, l’anno successivo, ha ritenuto mediare ai fini dell’introduzione di un referendum sull’autodeterminazione del Kashmir stesso, intervento rimasto però inascoltato.
Nonostante la pace raggiunta, solo pochi anni più tardi, il conflitto apparentemente sedato si riaccende e si protrae per diversi anni, così come continua ad avvenire periodicamente da allora, per ragioni di varia natura, dal controllo politico alle diversità religiose, passando per momenti in cui sembrano potersi riallacciare utili relazioni diplomatiche e altri in cui, invece, si sfiora il conflitto nucleare, con sempre tragiche e numerose perdite di impotenti vite umane. Nonostante i decenni trascorsi, solo pochi mesi fa, il 22 aprile, si è tenuto l’ennesimo attacco terroristico, nella regione del Kashmir indiano, sferrato e poi rivendicato da un gruppo terroristico pakistano, “Lashkar-e-Taiba”; da questo momento, che ha contato 26 vittime, prevalentemente turisti, si sono avvicendate nuove tensioni, dapprima diplomatiche e commerciali, che sono presto degenerate in bombardamenti, che, nella notte tra il 6 e il 7 maggio, hanno colpito nove diversi siti pakistani.
Il conflitto in essere, insieme agli innumerevoli altri conflitti attualmente in corso nel mondo, ci fa riflettere sulla rilevanza delle ragioni che lo muovono, su quanto davvero questioni geopolitiche o religiose siano più importanti delle inevitabili conseguenze che la guerra comporta. Ogni scontro armato, qualsiasi sia la ragione che lo alimenta, comporta nefaste conseguenze sui civili e sull’ambiente, promuovendo, sin da subito, ansia e terrore rispetto a quanto potrà avvenire, rispetto alla propria sopravvivenza e a quella dei propri cari, per non parlare dell’elevata probabilità di doversi separare dalle proprie famiglie, doversi spostare altrove alla ricerca di un qualsiasi riparo sicuro, portando con sé, per il resto della propria vita, il pesante fardello di quei tragici vissuti.
Un fardello che pesa su chi scappa e su chi resta, articolandosi in possibili disturbi ansiosi, depressivi e post-traumatici, e diffondendosi sottoforma di ingravescenza della fame, dell’impoverimento di terre e popoli, di migrazioni di massa. Gravi sono anche le conseguenze economiche e ambientali, con la propagazione di distruzione e devastazione di villaggi, città, finanche intere nazioni; il peggioramento dello stato di degrado e inquinamento ambientale, l’aggravarsi di crisi alimentari, fino a vere e proprie ripercussioni globali.
In considerazione di tutto questo, a tutela dei singoli, di interi popoli e dell’umanità tutta,
“cerchiamo di vivere in pace, qualunque siano la nostra origine, la nostra fede, il colore della nostra pelle, la nostra lingua e le nostre tradizioni. Impariamo a tollerare e apprezzare le differenze. Rigettiamo con forza ogni forma di violenza, di sopraffazione, la peggiore delle quali è la guerra”. (Margherita Hack)
A cura di Waqar Y. e Ilaria T.