25 Gennaio 2026

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“SAI OLTRE?”: Africa razzista, quali motivi?

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I sentimenti di razzismo sono tristemente diffusi non solo al di fuori dell’Africa, ma anche al suo interno; infatti, è ben nota la conflittualità tra abitanti del quadrante nordafricano e di quello subsahariano. In questo articolo, realizzato nell’ambito della rivista “SAI OLTRE?“, educatori e ragazzi del SAI MSNA della cooperativa sociale CAPS riflettono sul tema.

Il 28 agosto 1963 passava alla storia l’ancor oggi simbolo della lotta per i diritti e la libertà degli afroamericani negli Stati Uniti, il discorso di Martin Luther King che ricordiamo con il nome di “I have a dream”, sua frase più celebre. Qui, King rivendicava:

“Io ho un sogno: che un giorno […] i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo furono padroni degli schiavi sapranno sedere assieme al tavolo della fratellanza; […] che un giorno i miei quattro figli vivranno in una nazione dove non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per la qualità del loro carattere […]”.

Nonostante siano trascorsi ormai più di sessant’anni, non possiamo affermare che il sogno di King sia stato realizzato, non solo in America, non solo in Europa, ma anche all’interno dell’Africa stessa, tra il quadrante nordafricano e quello subsahariano, ma anche tra gli Stati e i cittadini della cosiddetta Africa nera, sorprendentemente. Eradicare il razzismo, in ogni sua sfaccettatura, non è certo impresa semplice, ma un primo passo può essere mosso attraverso la comprensione dei meccanismi che l’alimentano e dei diversi punti di vista di coloro che lo esercitano e lo subiscono. Con questa finalità, sin dal secolo scorso, sono stati condotti svariati studi che hanno approfondito, con una lettura psicologica, antropologica e sociologica, i cardini di funzionamento di atteggiamenti e comportamenti razzisti, che sono risultati, innanzitutto, imperniati sul retaggio ideologico secondo cui esisterebbero gruppi razziali superiori rispetto ad altri, ma anche sul pregiudizio, seppur rigido e irrazionale, e su precise dinamiche discriminatorie, che comporterebbero, come immediata conseguenza, una disparità di trattamento sociale, dovuta ad un processo di mero etichettamento.

Sulla scorta di tali consapevolezze, vogliamo porre l’una di fronte all’altra due letture, appartenenti rispettivamente al continente africano e che ben lasciano trasparire come, spesso, retaggi culturali ed esperienze possano spingerci a categorizzare in modo totalizzante e indifferenziato una realtà, anche solo inconsapevolmente, spaventante: si tratta del modo in cui si guardano e percepiscono reciprocamente i popoli nordafricani e quelli subsahariani, che, a dispetto di una medesima appartenenza geografica, sembrano essere divisi da incolmabili distanze.

Opinione diffusa, in Nordafrica, è che i Paesi che ne fanno parte, Tunisia, Egitto, Libia, siano sfruttati come ponte di transito verso il Mar Mediterraneo, verso l’Europa, ma questo è un dato reale e innegabile, al quale, però, si associa il pensiero condiviso, ma non necessariamente veritiero, che questo ponte venga usato indebitamente e irrispettosamente. Dai resoconti dei nordafricani traspare che, infatti, i “popoli neri”, nel corso del proprio tragitto, commettano atti vandalici, aggressivi, finanche violenti; che commettano furti, rapine, risse, che occupino abusivamente case appartenenti a qualcun altro; che si ribellino veementemente a semplici accertamenti o domande delle Forze dell’Ordine, servendosi anche di armi bianche alla minima incomprensione linguistica. Inoltre, a questi riferiti, si assomma un senso di invasione, sfociato, talvolta, addirittura, nel timore di una vera e propria colonizzazione nera che, con il trascorrere del tempo, si è tramutato in un frequente senso di allarme alla sola vista dei tratti e dei colori propri del sub-Sahara. Ed ecco come, dalla paura, si innesca il pregiudizio e, successivamente, ne perviene facilmente il razzismo, avvertito e subìto da coloro che provengono dall’Africa centro-meridionale, dai cui racconti, d’altronde, emerge un vissuto molto lontano da quanto finora descritto. In particolare, i cittadini subsahariani tendono a fornire di se stessi una descrizione personologica culturalmente fondata sui princìpi della condivisione, del reciproco rispetto e dell’accettazione dell’altro, al punto tale da aver accolto senza riserve molti nordafricani, che oggi posseggono e gestiscono importanti attività economiche nei Paesi dell’Africa nera, delle cui risorse godono e usufruiscono.

Allo stesso modo, coloro che hanno intrapreso e affrontato il viaggio verso l’Europa riportano di aver dovuto sopportare frequenti episodi di rifiuto ed emarginazione, di aver patito la fame e la sete ed essere stati cacciati da case e luoghi di preghiera, nonostante la condivisione dello stesso credo religioso; di non essere stati ritenuti degni di parola, di essersi visti scagliare addosso pietre ed esser stati ritenuti e trattati come fossero animali. I popoli nordafricani, difatti, si percepirebbero superiori in quanto di etnia berbera, fisiognomicamente più simili e geograficamente più vicini agli europei, avendo perciò maturato un senso di non appartenenza alle proprie radici e, pertanto, non riconoscendosi come africani. Da questi resoconti devono derivare delle necessarie consapevolezze, a partire dal primario bisogno di non generalizzare singole esperienze usandole come indebito strumento di categorizzazione di interi popoli, fino all’ammissione che le migrazioni avvengono, da sempre, in ogni direzione e sono frequentemente sfruttate come leva per creare immotivati conflitti, alimentando un senso di superiorità che non ci rende davvero diversi gli uni dagli altri, ma diventa utile strumento per affermare la legge del più forte.

Affinché sia possibile realizzare il celebre sogno di Martin Luther King, è necessario interiorizzare che la natura ci ha creati e voluti tutti uguali, nonostante il colore della pelle, la lingua, la religione, a dispetto di quanto le culture di appartenenza e i contesti di riferimento cercano di insegnarci.

Facciamo sì che il sogno diventi anche il nostro.

A cura di Salah Z., Oumar S. e Ilaria T.

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