14 Luglio 2024

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Senza Dimora. Persone dietro gli stereotipi

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Uomo, straniero, con meno di 54 anni: questa la “fotografia”, secondo le ultime rilevazioni Istat, della persona senza dimora in Italia

Uomo, straniero, con meno di 54 anni: questa la “fotografia”, secondo le ultime rilevazioni Istat, della persona senza dimora in Italia, ma vi sono anche tanti anziani, donne, giovani, di cui moltissimi italiani che vanno a costituire la categoria dei “vulnerabili” e che si trovano nella condizione di non riuscire a permettersi un alloggio.

I dati e le statistiche raccontano di un numero costantemente in aumento di persone in condizioni di povertà e marginalità estrema nel nostro Paese, senza contare l’impatto che le recenti crisi sanitaria ed economica hanno avuto e avranno, con effetti ancora da stimare sul lungo periodo, sul fenomeno dei “senzatetto”. Anche dalle rilevazioni degli ultimi censimenti sulla presenza delle persone senza dimora effettuati sul territorio della città di Bari, emergono dati che confermano questo trend di crescita, a cui è corrisposta un rafforzamento della capacità di risposta da parte delle istituzioni e dei servizi alla domanda di accoglienza di cui questa parte della società è portatrice.

Tuttavia, dietro dati, numeri e statistiche, dietro lo stereotipo del “barbone” e oltre la diffidenza e talvolta il timore che tali figure possono suscitare, ci sono nomi, persone in carne e ossa, volti segnati, vite difficili e storie da raccontare.

L’Unità di Strada “Care for People” ogni sera percorre le vie della nostra città, strade, piazze, casolari abbandonati, che diventano luogo di incontro, terreno di un lavoro costante di ascolto e confronto con l’obiettivo di fornire, alle persone che si trovano in una condizione di fragilità che non è soltanto materiale, ma anche emotiva ed “esistenziale”, una bussola per orientarsi all’interno dell’offerta dei servizi sociali, un primo approccio a quei servizi istituzionali che potranno poi farsi carico delle singole situazioni e offrire risposte.

La mancanza di una casa non significa soltanto non disporre di un alloggio, il “non avere un tetto sulla testa”, ma si traduce nella assenza di uno spazio proprio ed esclusivo in cui vivere, in un senso molto più ampio che ha a che fare con la sfera affettiva, con l’intimità di una persona, con la sua necessità di sentirsi al sicuro.

Se da un lato coloro che si trovano nella condizione di essere senza dimora, vengono considerati spesso un pugno nell’occhio, un elemento di disturbo, dall’altro vivono costantemente esposti allo sguardo di quella stessa società che li considera altro da sé, uno sguardo che li spersonalizza e li colloca impietosamente nella categoria del disagio.

Lavorare negli spazi aperti scorgendo possibilità lì dove altri vedono limiti, immaginando, sognando e costruendo faticosamente, quotidianamente un altro mondo, una società dove nessuno venga lasciato indietro.

Cercando il contatto con le persone nei loro luoghi, investendo le proprie risorse professionali e umane nella costruzione paziente di relazioni, gli operatori si impegnano, invece, ad intessere reti di fiducia che possono diventare, con il tempo, “l’aggancio”, il filo con cui iniziare a ricucire la storia degli individui al tessuto sociale da cui sono stati lentamente esclusi o traumaticamente espulsi.

Attraverso la conoscenza diretta, il colloquio e l’ascolto, l’atteggiamento non giudicante, si restituisce a ciascuno il proprio essere persona, individuo con desideri e non solo bisogni, con possibili progetti di vita, anche piccoli, da attivare o riattivare e non soltanto problemi da superare.

Lavorare negli spazi aperti, ai margini, significa per l’operatore sociale di prossimità vivere costantemente dentro e, contemporaneamente, fuori a un sistema che genera esclusione, ma allo stesso tempo ciò permette di avere un punto di vista privilegiato, scorgendo possibilità lì dove altri vedono limiti, immaginando, sognando e costruendo faticosamente, quotidianamente un altro mondo, una società dove nessuno venga lasciato indietro.

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