18 Aprile 2024

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Ospitalità e pregiudizio

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Nel corso della mia vita, ho sempre cercato di viaggiare il più possibile e in ogni tappa dei miei viaggi mi sono innamorata di ideali e tradizioni appartenenti ad altri popoli, a volte addirittura ad altre epoche. Il viaggio per me è una forma di conoscenza, un’esperienza di scoperta, una manifestazione di quanto tangibile e profonda sia la verità di altre lingue, lo sguardo di altri occhi, l’usanza di un’altra comunità. Viaggiare per me significa avere la certezza di trovare dall’altra parte qualcuno che nonostante la lingua ti capisca e ti accolga in virtù del fatto che ognuno di noi è un cittadino del mondo, qualcuno che semplicemente metta in atto quel valore in cui io credo fermamente: quello dell’ospitalità. 

Quando parliamo di povertà estrema non parliamo soltanto di povertà economica ma facciamo riferimento a tutta una sfera di mancanze sociali e di appartenenza che confluiscono nello stato di marginalità dell’individuo.

Forse il motivo per il quale lavoro in un contesto come quello del Centro Polifunzionale “Area 51” è proprio questo, perché mi dà la possibilità di toccare con mano quanto la vicinanza all’altro venga percepita solo da occhi capaci di vedere ciò che ad altri, fuori, invece continua a sfuggire. 

L’ambito lavorativo nel quale esercito la mia professione di mediatrice linguistica e operatrice sociale è solitamente identificato con il terzo settore, in servizi per il contrasto alla povertà estrema. Quando parliamo di povertà estrema non parliamo soltanto di povertà economica ma facciamo riferimento a tutta una sfera di mancanze sociali e di appartenenza che confluiscono nello stato di marginalità dell’individuo. Marginalità di chi vive costantemente il disagio dell’ospitalità in termini di accoglienza, rimanendo su quella soglia, al limite, né fuori, né dentro. Tra questi, la maggior parte sono definiti senza dimora e rientrano tra le seguenti categorie:  

• senza tetto (senza riparo di alcun genere, dormendo in modo approssimativo)  

• senza casa (con un posto dove dormire ma temporaneamente nelle istituzioni o nei rifugi) 

• sistemazioni insicure (minacciati di grave esclusione a causa di tenute insicure, sfratti, violenza domestica)  

• sistemazioni inadeguate (in roulotte su campeggi illegali, in alloggi inadeguati, in sovraffollamento estremo). (ETHOS – Classificazione Europea sulla grave esclusione abitativa e la condizione di persona senza dimora). 

Gli ospiti del Centro Polifunzionale “Area 51” sono per la maggior parte stranieri e migranti, alcuni in Italia da molti anni, altri da qualche settimana. La loro condizione sociale ed economica è precaria, molti di loro non possiedono un lavoro né hanno avviato un iter di regolarizzazione sul territorio, cosa che rende ancora più difficile la ricerca di un’occupazione stabile e sicura. La loro famiglia, il più delle volte, è nel loro paese d’origine e alcuni di loro sono dipendenti da sostanze stupefacenti, hanno ricevuto una diagnosi psichiatrica o hanno problemi di salute. La loro identità, siano essi stranieri o italiani, si sviluppa nell’incontro con gli altri, utenti e operatori del servizio, nella convivenza e nella condivisione all’interno di uno spazio multiculturale e di un’accoglienza interculturale. 

L’accoglienza come conoscenza dell’altro

Nel linguaggio comune la parola accoglienza racchiude tutte quelle rappresentazioni sociali atte a definire le modalità con le quali entrare in contatto con persone conosciute o con estranei, rappresentazioni che però, nel rapporto fra le diverse culture, sono spesso vissute in maniera conflittuale. Accoglienza è sì sinonimo dell’ospitare, del ricevere qualcosa o qualcuno con una determinata disposizione d’animo, di accettarlo, di accettarne la presenza. Tuttavia, è nel momento dell’incontro ravvicinato, quello in cui si entra in relazione con qualcuno che risulta evidente la distanza che intercorre: l’accoglienza allora non è immediata, diventa necessario il riconoscimento dell’altro ai fini della stessa. Il riconoscimento dell’altro però, in un contesto lavorativo di questo tipo, assume a volte i tratti di un conflitto non richiesto. Quando incontriamo un estraneo, uno sconosciuto, un individuo di cui non possediamo nessun tipo di informazione, mettiamo in atto una serie di azioni protettive volte alla conoscenza dell’ALTRO. Chi è la persona davanti a noi? Cosa posso affermare di lui o di lei? Come mi porrò affinché le mie parole vengano recepite senza essere fraintese? Il contesto, l’ambiente sociale e lavorativo in cui siamo, la cultura di cui siamo parte, il modo in cui ci presentiamo all’altro, condizionano il rapporto che si innesca nell’atto relazionale fornendo determinate immagini di sé e attivando definiti modi di percezione dell’altro.  

Una relazione tra operatore e beneficiario di un servizio prende avvio, infatti, dalla prima conoscenza, da quel primo contatto e molto dipende dalla propria forma identitaria e dal comportamento sociale, innato e spesso inconscio, messo in atto. Da questa diade si sviluppano, a volte, particolari bias cognitivi, vale a dire distorsioni della realtà che, per diversi motivi, portano a interpretazioni erronee e sfalsate. Un bias con il quale abbiamo spesso a che fare in qualità di esseri dotati di identità sociale ma che allo stesso tempo combattiamo in quanto operatori di un servizio sociale è lo stereotipo; il termine stereòtipo deriva dal greco stereòs (στερεο) ovvero duro, solido e typos (τύπος) vale a dire impronta, immagine, quindi “immagine rigida”, cioè una raffigurazione rigida ed eccessivamente semplificata di un aspetto della realtà, in riferimento ad un particolare gruppo o categoria sociale. Gli stereotipi nascono dall’incapacità della mente umana di acquisire, analizzare e comprendere la complessa e infinita varietà di sfumature del mondo con una funzione prettamente difensiva.

Alcuni stereotipi purtroppo possono portare a vere e proprie forme di discriminazione, alimentando un’altra tipologia di bias: il pregiudizio. I pregiudizi sono infatti opinioni su persone o gruppi formulate senza prove a supporto, sono giudizi errati e imprecisi altresì del tutto superficiali e si formano giudicando un soggetto non per le sue effettive caratteristiche personali, bensì per il fatto di essere membro di una specifica categoria, cultura di appartenenza, pensiero politico, etc… Pregiudizi e stereotipi sono presenti nel patrimonio personale e culturale di ogni individuo e hanno la capacità di orientare e modificare la valutazione delle informazioni ricevute traducendole in modi di pensare e comportamenti concreti che influiscono sulla vita quotidiana attraverso atteggiamenti e affermazioni. La radicalizzazione di uno stereotipo dipende dal grado di condivisione sociale di una certa immagine positiva o negativa nei confronti di una cultura o di un’intera società e dal livello di generalizzazione degli stereotipi stessi, rispetto a quanto essi siano diffusi in maniera più o meno omogenea. Possiamo definire questa tendenza come una sorta di esaltazione etnocentrica che “classifica” l’altro come il diverso, il nemico, la minaccia, il barbaro straniero.

Lo “straniero” e il concetto di ospitalità di diritto

Ma chi è lo straniero che si affaccia ai nostri servizi? Facciamo un passo indietro…il termine -straniero- dal greco “xenos” identifica una persona proveniente da un altro posto, un viaggiatore, un ospite. Fin dalla società omerica, gli stranieri/ospiti erano rivestiti di dignità e rispetto ed essendo privi di diritto, venivano accolti dalla comunità stringendo un patto di reciprocità: gli xenoi (stranieri) divenivano philoi (amici), degni di rispetto e benevolenza, rivestiti di sacralità. Il sociologo Derrida riconosce la prima vera alterità dello straniero nella questione della lingua. Lo straniero ha la difficoltà di doversi esprimere in una lingua che non è la sua, è straniero nei confronti della lingua utilizzata per gli atti giuridici in cui sono formulati i suoi diritti e i suoi doveri. Chiedere asilo in una lingua che non è la propria fornisce già un primo elemento di sradicamento: “Le persone che sono costrette ad abbandonare la propria patria, gli esiliati, i deportati, gli espulsi, gli sradicati, i nomadi hanno in comune due sospiri, due nostalgie: i loro morti e la loro lingua”.  

L’auspicio dunque è quello di riuscire a considerare come ideale un mondo che ammetta l’esistenza di frontiere, ma che queste siano riconosciute, rispettate e attraversabili.

Nella società che viviamo l’ospitalità di diritto è un concetto già raro e spesso non completamente rispettato, ancora di più lo è mettere in atto l’idea di un’ospitalità assoluta. Nel mondo della bassa soglia e del terzo settore la prospettiva, a mio avviso, dovrebbe essere quella di innescare un processo di prossimità e scambio autentiche, fatte di relazione con l’altro a partire dai limiti dello stesso e dalla consapevolezza che è una relazione d’aiuto quella che cerchiamo di avviare, non una conoscenza fine a se stessa. Ecco che per l’operatore sociale l’obiettivo, nei limiti del suo operato, diventa quello di cercare di trasformare la semplice interazione in una catena di rituali di interazione e avviare una modalità di relazione per nulla scontata che apra le porte a tutta una serie di sguardi, ipotesi e fallimenti possibili. Lo scopo deve diventare quello di avviare un processo basato su uno scambio reciproco che dimora nell’alterità, nella relazione con l’estraneo superando quella soglia limite che è allo stesso tempo conoscenza e curiosità ma anche paura e pregiudizio. Una soglia che oltre ad essere linea di demarcazione è contemporaneamente apertura all’altro come sostiene l’antropologo e sociologo francese Marc Augé: “non è un muro che vieta il passaggio, ma una soglia che invita al passaggio”, rendendo possibile la relazione tra gli esseri umani.  

L’auspicio dunque è quello di riuscire a considerare come ideale un mondo che ammetta l’esistenza di frontiere, ma che queste siano riconosciute, rispettate e attraversabili, un mondo in cui il rispetto delle differenze inizi con il rispetto delle persone indipendentemente dal loro status sociale, dalla loro origine o dal loro grado di successo nella vita. Un mondo in cui lo straniero e l’estraneo non siano solo un’immagine dell’esclusione ma manifestazioni di accettazione e accoglienza, capaci di aprire uno spazio per un discorso sull’ospitalità. La priorità è l’essere ospitali, aperti, lasciare accessibile la soglia che non è solo geografica ma è anche esistenziale. Credo fortemente che superare e oltrepassare la situazione di crisi prodotta dalla paura del confine sia fondamentale ai fini di avviare una riflessione critica sul concetto di distanza e separazione per ottenere finalmente un antidoto al riemergere di inquietanti ideologie basate sull’esaltazione delle frontiere e sulla totale chiusura nei confronti della diversità.

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